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Ci è arrivata questa lettera di Enzo Di Bennardo in redazione: Le prove vengono per farci crescere. La prova è dura sia se hai ragione, sia se hai torto. Nell’uno o nell’altro caso sarai sempre convinto di aver ragione perché vedi le cose secondo il tuo esclusivo punto di vista. Ed è esattamente quello che succede a chi la pensa diversamente da te: anche questi è convinto di avere ragione. A causa della diversità del sentire e del pensare nascono molto spesso dissapori tra amici, tra laici, tra religiosi e laici. Nessuno si lascia volentieri condurre fuori dal proprio modo di vedere. Ognuno, infatti, pensa di essere obiettivo. Ognuno si erge a giudice, ma facilmente si perde di vista il giudizio obiettivo a causa delle convinzioni personali. Il giudizio o, più propriamente, il pregiudizio è qualcosa che, di solito, viene formulato senza alcuna misura, nonostante la consapevolezza del male arrecato a chi ne subisce gli effetti. Nel giudicare gli altri l’uomo certamente sbaglia; giudicando ed esaminando, invece, se stesso, fa sempre opera proficua. Purtroppo, ciò che dovrebbe essere di semplice comprensione diventa molto spesso parola buttata al vento. Ciò induce, quasi sempre, a sentirsi giudici supremi degli altri, assolvendo se stessi da qualsiasi addebito. Non di rado, infatti, si cerca la pagliuzza nell’altrui occhio, non accorgendosi della trave conficcata nel proprio. Tale modo di pensare e di agire genera amarezza e confusione, crea distanza e conflittualità, specialmente se manca il confronto o addirittura la più elementare forma di comunicazione: il dialogo! A volte, comunque, il confronto non è affatto semplice, soprattutto tra caratteri forti che non intendono, in alcun modo, mettere da parte l’orgoglio personale. All’interno di una Chiesa, però, non può esistere questo sentimento, che non appartiene ai valori cristiani. Ogni difficoltà che derivi dall’orgoglio, da cui a sua volta scaturiscono la mancanza di dialogo ed i contrasti, dovrebbe, quindi, essere superata da qualcosa che va ben al di là di qualsiasi interesse soggettivo: la comunità, che forma la Chiesa, ossia il Corpo di Cristo. E’ questa la vera priorità: essere membra di un unico Corpo, operare per unire e non per dividere. Si metta, pertanto, al bando ogni forma di prevaricazione, ogni atto di superbia e di presunzione, ogni personalismo che crei problemi alla comunità. Sebbene sia sempre difficile riconoscere le proprie responsabilità, ed ancor più difficile ammetterle, si faccia uno sforzo: ci si confronti con se stessi prima e con gli altri poi, facendo emergere la comune intelligenza, il buon senso e quei valori cristiani - la fede, l’umiltà, l’amore, la carità - che aiuteranno a superare ogni frattura. Chiunque si appelli al silenzio ed alla preghiera. Chiunque abbandoni l’io e si metta al servizio disinteressato degli altri. Chiunque faccia proprio il concetto di comunità, vivendo al suo interno - anche nei momenti di tribolazione - per costruire e mai per distruggere. Rileggiamo insieme, in conclusione, quel che dice San Paolo in Cor. 1.10 a proposito delle divisioni interne della comunità: “Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di intenti”. Riflettiamo e conformiamoci alle parole appena lette, affinché questa dura prova possa servire a far nascere una vera comunità, affinché ci si possa sentire membri di un unico Corpo, affinché il profondo senso delle parole di San Paolo permei il nostro cuore e la nostra mente, trasformandoli.
Enzo Di Bernardo
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